Più volte mi è stato chiesto quale fosse il fondamento di un ambito formativo, aldilà degli enunciati tecnico scientifici.

In questi giorni ho avuto modo di riflettere che è vero, molte volte ci imbrigliamo negli schemi delle tecniche di comunicazione ma non guardiamo a quello che è l’unum necessarium, l’unica cosa necessaria a cui guardare perché il processo educativo della formazione trovi compimento.

La maggior parte delle volte ci chiediamo come possiamo trasmettere un massaggio, ma noi non teniamo in considerazione che prima di questo, viene l’aver chiaro il “perché” dovrei trasmetterlo.

Da questo, grandi disastri, come trovarsi di fronte formatori che non credono in quello che dicono.

Come può un discente far suo un contenuto se chi ha il compito di trasmetterlo sminuisce già a priori il valore di ciò che vuol mettere in comune? Come formatore di formatori, specialmente in ambito sicurezza sul lavoro, ad esempio mi accade spesso.

Frequentemente mi trovo di fronte a certe espressioni come “E’ vero, vi capisco, troppe cose da sapere… ma alla fine basta il buon senso…” o smilari, cioè come dire “Vi ho tenuto qui tutto il giorno ma sappiate che quello che vi ho detto non serve…” e nella testa del discente nasce subito il pensiero “Bene, ho capito, questo corso era solo l’ennesima formalità e posso già cancellare tutto!”.

La formazione nella sua definizione è trasmettere conoscenze e competenze, ciòè la comunicazione di un’esperienza di bene, che non potrà mai raggiungere il cuore di chi ascolta se per primo non è vissuta da chi, quell’esperienza deve trasmetterla.

E’ compito del formatore quindi ritrovare le ragioni adeguate del pechè vale la pena dire ciò che dice, e rendere quelle motivazioni il fondamento della propria passione.

Chiunque entrando ad un corso di formazione porta dentro di sé un desiderio inconscio “Fammi uscire diverso da come sono entrato!” e una domanda altrettanto subcosciente “Ne varrà la pena?”.

Ecco, non si potrà rispondere a questi bisogni se per primi noi formatori, non avremo fatto un lavoro su noi stessi, che abbiamo il compito di introdurre nell’altro il seme del cambiamento.

Per chi volesse approfondire, ci vediamo in aula.

Giancarlo Restivo

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